martedì 3 dicembre 2019

Babà (di Francesconi) / Neapolitan rum cake (recipe by Francesconi)

Jeanne Caròla Francesconi (1903-c.1995)
fu la decana della cucina napoletana. Il suo ricettario, La cucina napoletana (1965), è ampiamente considerato la Bibbia della cucina napoletana. Stranamente, al momento in cui scrivo (3 dicembre 2019), la sua ricetta per il dolce più pregiato di Napoli, il Babà (oppure Babbà), non si può trovare su Internet. Grazie ai pulsanti taglia-e-incolla, sicuramente questo fatto cambierà velocemente! Tuttavia, qui per la primissima volta in Internet, i Babà di Francesconi, tradotta dal sottoscritto.

Ingredienti per 10 persone
Per la pasta:
farina, g 300
burro, g 70
uova, 3
sale, 1 pizzico
patate, g 125
lievito, 1 dado (g 20)
zucchero, 1 cucchiaio tavola
latte (se occurre), poco

Per lo sciroppo:
zucchero, g 450
rhum della Giamaica di buona qualita, ½ bicchiere (o anche più)
450 g [recte: ml] acqua
stampo liscio e rotondo con il buco (diam. 27 cm e altezza 10 o 12 cm)

"È questa una speciale ricetta semplificata e più economica di quella del babà prescritta dall'alta cucina, ma vi assicuro che il risultato è quasi perfetto." — J. C. Francesconi

Un paio di ore prima di fare la pasta, togliete dal frigorifero le uova, il lievito e il burro.

Sciogliete il lievito in una tazzina con poca acqua tiepida (attenzione che non sia troppo calda ma nemmeno troppo fredda), impastatelo in una scodella con 50 grammi di farina e la poca acqua che occorre, e lasciatelo poi lievitare, coperto, in luogo tiepido.

Lessate le patate, sbucciatele e passatele, ancora bollenti, due volte attraverso il tritatutto.

In una capace terrina preparate la rimanente farina, le patate passate, il burro ammorbidito, lo zucchero e il sale. Impastate tutto, poi aggiungete una alla volta le uova e infine il panetto lievitato quando avrà raddioppiato il suo volume.

Se la pasta non risultasse molto morbida, aggiungete poco latte e in ogni caso lavoratela energicamente, battendola con la mano, tanto da farla staccare in un solo pezzo dalla terrina.

Ungete molto bene e completamente lo stampo; sistematevi dentro, pareggiandola, la pasta; coprite e, sempre in luogo tiepido, lasciate che raddoppi di volume. Va precisato che non è possibile stabilire con esattezza il tempo di lievitazione; esso oscilla, a seconda della temperatura, del luogo e della lavorazione, da una sola a parecchie ore. Sarà quindi bene fare riferimento alla propria esperienza, e in ogni caso, se si tratta di un babà da mangiare freddo, di lavorarlo più tempo possibile.

Quando la pasta avrà raddoppiato il volume e toccandola con un dito la sentirete morbidissima e molto spugnosa, introducete lo stampo nel forno che avrete portato a buon calore e, dopo una ventina di minuti, diminuite la temperatura.

Il babà dovrà cuocere, in tutto, circa tre quarti d'ora; dovrà apparire colorito in superficie e sarà pronto quando, infilandovi uno stecchino, questo ne uscirà asciutto. Allora toglietelo dal forno e avvolgetelo subito in un panno pulito e in una coperta di lana nella quale lo lascerete almeno per un'ora.

Nel frattempo preparate lo sciroppo: fate bollire per un minuto l'acqua e lo zucchero, aspettate che quest'ultimo sia sciolto e aggiungete il rhum che lascerete intiepidire prima di utilizzarlo. Senza toglierlo dallo stampo, e con l'aiuto di un cucchiaio, cominciate a versare sopra e lateralmente al babà, pazientemente e il più regolarmente possibile, lo sciroppo ancora caldo. Per meglio aiutarvi a far penetrare dovunque il liquido, bucherellatene con uno stecchino la parte superiore.

Trascorsi 10 minuti da quando avrete terminato di «bagnarlo», sformate il babà in un piatto rotondo nel quale entri comodamente.

Se preferite, riempite il buco del babà con della crema gialla mista ad una macedonia di frutta sciroppata* e guarnita con ciliegine candite: otterrete così un dolce adatto per un pranzo elegante o per una cena in piedi.

Inutile aggiungere che, invece di uno stampo col buco, se ne potrà usare uno lavorato, e che al posto di un babà grande se ne potranno fare alcuni piccoli negli speciali stampi di forma cilindrica.

* = Nota del traduttore: Naturalmente la Francesconi non immaginava un cocktail di frutta in scatola! Per preparare la macedonia sciroppata, tritate della frutta fresca, mettetela in una ciotola, spruzzate di sopra un po' del succo di limone (per evitare l'ossidazione), mettetela in una pentola e fate bollire in acqua per 5 minuti, poi aggiungete dello zucchero e cuocete fino a quando lo zucchero non si è disciolto.
  
Jeanne Caròla Francesconi (1903-c.1995)
was the doyenne of Neapolitan cuisine.  Her cookbook, La cucina napoletana (1965), is widely considered the Bible of Neapolitan cookery.  Oddly enough, as of this writing (3 December 2019), her recipe for Naples's most prized dessert, Babà (or Babbà), cannot be found on the Internet.  Thanks to the cut-and-paste buttons, that fact is sure to change quickly!  However, here for the very first time on the Internet, Francesconi's Babà recipe, translated into English by Yours Truly.

Ingredients for 10 people
For the dough:
300 g flour
70 g butter
3 eggs
1 pinch salt
125 g potatoes
1 cube (20 g) of yeast
1 TB sugar
a little milk (if needed)

For the syrup:
450 g sugar
good quality Jamaican rum, ½ glass (or even more)
450 ml water
a smooth and round mold pan, with a hole (diameter 27 cm, height 10 or 12 cm)

"This is a special simplified and cheaper recipe than the babà prescribed by the haute cuisine, but I assure you that the result is almost perfect." — J. C. Francesconi

A couple of hours before making the dough, remove the eggs, baking powder and butter from the refrigerator.

Dissolve the yeast in a cup with a little warm water (make sure it is not too hot but not too cold), knead it in a soup bowl with 50 grams of flour and the least amount of water that you need. Then let it rise, covered, in a warm place.

Boil the potatoes, peel them and, while they're still hot, purée them twice in a chopper [food processor].

In a large bowl prepare the remaining flour, mashed potatoes, softened butter, sugar and salt. Knead everything, then mix in the eggs one at a time. Finally, [knead in] the leavened dough when it has doubled in volume.

If the dough is not very soft, add a little milk. In either case, work it vigorously, beating it with your hand, so that it comes away from the bowl in a single piece.

Grease the mold completely.  Settle the dough inside, leveling it.  Cover and, always in a warm place, let it double in volume. It should be noted that it is not possible to establish the rising time with accuracy. It fluctuates, depending on the temperature, on the place and on the kneading. [It can be anywhere] from one to several hours. Therefore it's best to refer to your own experience.  In any case, if it is a babà to be eaten cold, [it's best] to knead it as long as possible.

When the dough has doubled in volume and is very soft and very spongy when you touch it with your finger, put the mold in the oven which has been preheated to a high temperature.  After about twenty minutes, reduce the temperature.

The babà will have to cook, in total, about three quarters of an hour. It is ready when the surface has a nice color, and when a toothpick that you stick into it comes out dry. Then remove it from the oven and wrap it immediately in a clean cloth and a woolen cover, in which you will leave it for at least an hour.

In the meantime, prepare the syrup: Boil the water and the sugar for a minute, until the sugar dissolves.  Then add the rum, and let cool [somewhat  it should not be hot, but it should still be warm]. Without removing the babà from the mold, take a toothpick and riddle the surface with holes.  Using a spoon, pour the [warm but not hot] syrup on the surface of the babà. Be patient, so as to let the syrup penetrate evenly.

Ten minutes after you've finished "bathing" the babà, unmold it onto a round plate that is big enough to hold it.

If you prefer, fill the hole of the babà with yellow pastry cream, fruit cocktail in syrup*, and candied cherry garnish. You will get a cake suitable for an elegant lunch or a buffet.

Needless to say, instead of a [smooth] mold with a hole, you can use one that is "worked" [i.e., not smooth, e.g., a decorative cake mold or Bundt pan]. And instead of one large big babà, you can make many small ones in special cylindrical molds.

* = Translator's note: Naturally Francesconi was not imagining canned fruit cocktail!  To make macedonia sciroppata, chop some fresh fruit, place in a bowl, squeeze some lemon juice on top (to prevent oxydation), place in a pan and boil in water for 5 minutes, then add sugar and cook until the sugar has dissolved.
English translation: Leonardo Ciampa
Jeanne Caròla Francesconi nel 1986 (all'età di 83 anni). Foto: Augusto De Luca
Jeanne Caròla Francesconi in 1986 (age 83). Photo by Augusto De Luca

giovedì 17 ottobre 2019

Fettuccine alla Papalina / Fettuccine for the Pope

Fettuccine alla Papalina è un piatto classico della cucina romana. “Classico” ma non “tradizionale.” Non è una ricetta antica; fu dedicata al Cardinale Eugenio Pacelli (1876-1958), che regnò come Papa Pio XII dal 1939 al 1958. Tutte le fonti concordano sul fatto che il piatto prese il nome da Pacelli.

Questa è l’unica cosa su cui le fonti concordano. 

Miei cari lettori e lettrici sanno che, di solito, mi piace ricercare la storia di una ricetta classica. In questo caso, la ricerca è stata un fastidio. L’una fonte era più confusa dell’altra! Alcuni scrittori affermano autorevolmente che la ricetta fosse dedicata a Pacelli quando era ancora cardinale. Altri sostengono che gli ingredienti provenissero dalle razioni delle truppe americane durante la seconda guerra mondiale. Ma se Pacelli fu incoronato nel 1939, mica era cardinale durante la guerra. Il piatto sarebbe stato chiamato “Cardinalina” invece di “Papalina”!

Perfino la parola “Papalina” ha causato disaccordo tra gli scrittori. L’aggettivo “papalino” ha due definizioni. La definizione più generica è “papale,” in senso generale. La definizione alquanto più comune è “dello Stato Pontificio” (ad esempio soldati papalini). Tuttavia, sulla base di quell’unica prova grammaticale, alcuni scrittori dichiarano che la ricetta risalga ai tempi pregaribaldini! Quando Garibaldi unì l’Italia, Pacelli non era ancora nato.

(Inoltre, la panna si trovava raramente nella cucina italiana nell’ottocento. La sua inclusione qui è un chiaro indizio che il piatto è più nuovo.)

Poi ci sono gli aneddoti sull’origine della ricetta. (“E così avvenne che un dì il Papa disse al suo cuoco ...”) L’idea che Pacelli stesso abbia inventato la ricetta è assurda. Per quanto riguarda il tentativo di determinare quale chef è stato il primo a servire la Papalina nel suo ristorante, buona fortuna – numerosi chef hanno affermato di esserne l’inventore.

Poi ci sono tutte le opinioni di tutti gli “esperti” culinari. Alcuni chef insistono sul fatto che non si abbini una pasta all’uovo con una salsa all’uovo. Altri affermano che l’inclusione dei piselli non sia autentica. Evidentemente questi “esperti” non sono romani, poiché dagli anni ’50 questo piatto si trova nei menu a Roma.

Almeno ci sono due dettagli sulle quali tutte le fonti si accordano: (1) Il piatto prende il nome da Papa Pio XII; (2) La ricetta è una versione “elevata” della Carbonara: fettuccine al posto di spaghetti, prosciutto al posto di guanciale, parmigiano al posto di pecorino, panna grassa al posto dell’acqua di cottura, e l’aggiunta di scalogni e burro.

Facendo queste sostituzioni, comunque, ottenete un piatto che in America si chiama “Fettuccine Alfredo with Prosciutto.” Ricordatevi che in America la salsa Alfredo contiene la panna grassa. E infatti nella mia gioventù, in un ristorante ad East Boston, una volta mangiai le “Fettuccine Alfredo con Piselli, Prosciutto e Funghi.” Allora, non ho mai visto una ricetta per la Papalina che include i funghi. Ma quel trio di piselli, prosciutto e funghi è così delizioso che è impossibile resistergli!

Ingredienti
  • 500 g nidi di fettuccine (oppure tagliatelle) all’uovo*
  • 4 grandi uova
  • 250 g parmigiano reggiano, grattugiato al momento
  • una generosa quantità di pepe nero, grattugiato al momento
  • un pizzico di noce moscata, macinata al momento
  • burro
  • 2 scalogni, tritati
  • 150 g prosciutto a fette spesse, tagliato a listarelle**
  • 150 g portobellini (cremini), tagliati (N.B. Quest’ingrediente non è autentico ma è  delizioso!)
  • 200 g piselli congelati (oppure freschi, ma NON inscatolati)
  • 250 ml panna grassa
* = Per fare la pasta fresca all’uovo, le proporzioni sono 1 grande uovo per 100 g farina. 

** = Se il macellaio l’affetta troppo spesso, tagliatelo a dadini invece di listarelle.

Preparazione
In una grande pentola, fate cuocere le fettuccine in abbondante acqua salata.

In una ciotola, sbattete le uova con una frusta, poi aggiungete il parmigiano, panna, pepe nero e noce moscata e amalgamate bene.  Mettete da parte.

In una padella di ghisa, fate scogliere il burro. Appena sciolto (non bruciarlo), fate saltare gli scalogni finché diventeranno traslucidi. Aggiungete i funghi e fate saltare per 5 o 10 minuti.  Aggiungete il prosciutto e fate saltare per 5 minuti. Aggiungete i piselli e fate cuocere per soli 2 o 3 minuti (5 o 6 minuti se freschi).  Spegnete la fiamma, e trasferite i contenuti della padella in un piattone da portata.

Quando saranno pronte le fettuccine, scolatele e aggiungetele al piattone da portata.  Mescolate bene.  Poi aggiungete i contenuti della ciotola al piattone e amalgamate bene. (N.B. Le uova non saranno cotte, solo amalgamate.)

   Fettuccine alla Papalina is a classic dish in the Roman cuisine. “Classic” but not “traditional.” It is not an old recipe; it was dedicated to Eugenio Cardinal Pacelli (1876-1958), who reigned as Pope Pius XII from 1939 to 1958. All sources agree that the dish was named after Pacelli.

That is the only thing that the sources agree upon.

My dear readers know that, usually, I enjoy researching the history of a classic recipe. In this case, the research was an annoyance. One source was more confused than the other! Some writers say authoritatively that the recipe was dedicated to Pacelli when he was still cardinal. Others say that the ingredients came from the rations of the American troops during WWII. But if Pacelli was crowned in 1939, he was not a cardinal during the war. The dish would have been called Cardinalina instead of Papalina!

Even the word Papalina caused disagreement among writers. The adjective papalino has two definitions. The more generic definition is “papal,” in a general sense. The slightly more common definition is “of the Papal States” (e.g.,  soldati papalini, “Papal soldiers”). However, based on that sole piece of grammatical evidence, some writers declare that the recipe dates back to pre-Garibaldian times! When Garibaldi united Italy, Pacelli wasn’t even born yet.

(Furthermore, cream was rarely found in Italian cuisine in the 19th century. Its inclusion here is a dead giveaway that the dish is newer.)

Then there are the anecdotes about the origin of the recipe. (“And then it came to pass that one day the Pope said to his cook ...”) The notion that Pacelli himself invented the recipe is preposterous. As for trying to determine which chef was the first to serve Papalina in his restaurant, good luck – numerous chefs have claimed to be the inventor.

Then there are all the opinions of all of the culinary “experts.” Some chefs insist that you never combine an egg pasta with an egg sauce. Others say that the inclusion of peas is not authentic. Evidently these “experts” are not Roman, for since the 1950s this dish has been found on menus in Rome.

At least there are two details about which all sources agree: (1) The dish was named after Pope Pius XII; (2) The recipe is an “elevated” version of Carbonara: fettuccine instead of spaghetti, prosciutto instead of guanciale, parmigiano instead of pecorino, heavy cream instead of cooking water, and the addition of shallots and butter.

Making these substitutions, however, what you end up with is “Fettuccine Alfredo with Prosciutto.”  Remember that in America, Alfredo sauce contains heavy cream. And in fact in my youth, at a restaurant in East Boston I once ate  “Fettuccine Alfredo with Peas, Ham, and Mushrooms.” Now, I have never seen a recipe for Papalina with mushrooms. However, that trio of peas, ham, and mushrooms is so delicious that it is impossible to resist it!

Ingredients
  • 500 gr “nests” of egg fettuccine (or tagliatelle)*
  • 4 large eggs
  • 250 gr parmigiano reggiano, freshly grated
  • a generous quantity of black pepper, freshly cracked
  • a pinch of nutmeg, freshly ground
  • butter
  • 2 shallots, chopped
  • 150 gr thickly-sliced prosciutto, cut in strips**
  • 150 gr baby bellas, sliced (Note: this ingredient is not authentic, but is delicious!)
  • 200 gr frozen peas (or fresh, but NOT canned)
  • 250 ml heavy cream
* = To make fresh egg pasta, the proportions are 1 large egg per 100 g flour.

** = If the butcher slices it too thick, cut it in cubes instead of strips.

Preparation
In a large pot, cook the fettuccine in abundant salted water.

In a bowl, beat the eggs with a whisk, then add the parmigiano, cream, black pepper and nutmeg and mix well. Put aside.

In a cast-iron skillet, melt the butter.  As soon as it is melted (do not burn it), sauté the shallots until they begin to be translucent.  Add the mushrooms and sauté for 5 or 10 minutes.  Add the prosciutto and sauté for 5 minutes.  Add the peas and cook for only 2 or 3 minutes (5 or 6 minutes if fresh).  Shut the gas, and transfer the contents of the skillet to a large serving platter.

When the fettuccine are ready, drain them and add them to the serving platter. Mix well. Then add the contents of the bowl to the platter and mix well. (Note: the eggs will not be cooked, only mixed.)
P.S. Un aneddoto familiare

Mio nonno materno, Leonardo Antonino (“Tony”) Maggio (1910-1995), fu macellaio. Infine diventerà comproprietario di Central Market ad East Boston. Ma negli anni ’30, quando era ventenne, lavorava a Supreme Market di Dorchester (Boston), all’epoca uno dei più grandi supermercati degli Stati Uniti. (Figuratevi 500 dipendenti, a quei tempi!)

Nell’ottobre del 1936, il cardinale Pacelli visitò Boston, accompagnato dal vescovo Spellman (il futuro cardinale Spellman). Un giorno, un uomo entrò nel Supreme Market per ordinare delle bistecche per il cardinale Pacelli. Nonno stesso tagliò le bistecche. (Cinquant’anni dopo, ricordava ancora quali furono i tagli esatti.) A costo di precisare un’ovvietà: nessun cardinale o vescovo entrò nel Supreme Market quel giorno. Probabilmente era o uno chef o un assistente dello chef che stava preparando un pasto per Pacelli.

Allora, come abbiamo già stabilito, Pacelli in seguito divenne Papa Pio XII. E decenni dopo, Nonno sempre trovava l’opportunità di far scivolare nella conversazione che ha “tagliato carne per il Papa.” Era lieto di dirlo. E ogni volta che lo diceva, Nonna lo correggeva rabbiosamente. Che faceva Nonno ancora più lieto di dirlo.

Sono sicuro che i miei cugini mi appoggeranno che c’erano pochissimi riunioni di famiglia in cui Nonno non menzionò en passant, “Ho tagliato carne per il Papa.”
   P.S. A family anecdote

My maternal grandfather, Leonardo Antonino ("Tony") Maggio (1910-1995), was a butcher.  Eventually he would become co-owner of Central Market in East Boston. But in the 1930s, while in his twenties, he worked at Supreme Market in Dorchester (Boston), at the time one of the largest supermarkets in the United States. (Imagine 500 employees, in those days!)

In October 1936, Cardinal Pacelli visited Boston, accompanied by Bishop Spellman (the future Cardinal Spellman). One day, a man came into Supreme Market to order some steaks for Cardinal Pacelli. Grandpa himself cut the steaks. (Fifty years later, he still remembered what the exact cuts were.) At risk of stating the obvious: no cardinal or bishop walked into Supreme Market that day. It was probably either a chef or an assistant to the chef who was preparing a meal for Pacelli.

Well, as we’ve already established, Pacelli later became Pope Pius XII. And decades later, Grandpa would always find a way of working into the conversation that he "cut meat for the Pope." He loved saying that. And every time he said it, Grandma would angrily correct him. Which made him love saying it even more.

I’m sure that my cousins will back me up that there were very few family gatherings in which Grandpa did not mention en passant, "I cut meat for the Pope."

domenica 22 settembre 2019

’O rraù

Cucchiaio.it


’O rraù ca me piace a me
m’ ‘o ffaceva sulo mammà.
A che m’aggio spusato a te,
ne parlammo pe’ ne parlà.
Io nun songo difficultuso;
ma luvàmmel’ ‘a miezo st’uso.
Sì, va buono: cumme vuò tu.
Mò ce avèssem’ appiccecà?
Tu che dice? chest’è rraù?
E io m’ ‘o magno pè m’ ‘o mangià…
M’ ‘a faje dicere na parola?…
Chesta è carne c’ ‘a pummarola.
Edoardo De Filippo 


Il ragù che piace a me
me lo cucinava solo Mamma.
Da quando ti ho sposato,
ne parliamo tanto per parlare.
Io non sono difficile;
ma perdiamo quest'abitudine.
Si, va bene: come vuoi tu.
Ora vorremmo pure litigare?
Tu che dici? Questa è ragù?
E io lo mangio tanto per mangiare qualcosa...
Ma me la fai dire una cosa?
Questa è carne con il pomodoro.
Traduzione italiana: Leonardo Ciampa


The only ragù that I like
is the one that Mamma cooked.
Since you and I got married,
we talk about it, for something to talk about.
I’m not difficult;
but let’s get rid of this habit.
Yes, OK, whatever you say.
Now you want to argue about it?
What are you trying to say? That this is ragù?
Can I tell you something?
All this is is meat with tomatoes.
English translation: Leonardo Ciampa

sabato 10 agosto 2019

Peperoni Leonardo (ripieni di salsicce, pane & Champagne) / Peppers Leonardo (stuffed with sausages, bread & champagne)

PEPERONI LEONARDO
(RIPIENI DI SALSICCE, PANE & CHAMPAGNE)


Ingredienti
Le seguenti sono le proporzioni. Le quantità non posso essere esattissime, siccome ogni peperone ha una dimensione diversa, ogni fetta di pane ha uno spessore diverso, ecc. Il pane che è più raffermo richiederà più liquido, ecc. Ma questi sono i rapporti di base:

olio d’oliva extravergine
1 cipolla media, tritata
1 costa di sedano, tritato
6 portobellini (cremini), tritati grossolanamente
1 o 2 spicchi d’aglio, tritato
3 salsicce dolci, gli involucri rimossi
Champagne
6 fette pane multicereali, a cubetti
latte intero
pecorino grattugiato al momento (una generosa quantità)
un pizzico di noce moscata, macinata al momento
3 grandi peperoni rossi dolci (Usate solo quei rossi. I verdi sono troppo amari, e gli arancioni e i gialli non sono abbastanza saporiti.)
basilico fresco
6 fette di pomodoro
sale e pepe macinati al momento

Preparazione

Lavate e asciugate i peperoni. Con uno spelucchino tagliate intorno al picciolo ed estraetelo. Poi dimezzate longitudinalmente i peperoni, ed estraete i filamenti e i semini interni. Mettete da parte i peperoni.

In una grande ciotola, mescolate il pane, il pecorino, il sale e pepe e la noce moscata. Aggiungete una goccia di latte; la quantità dipende dalla durezza del pane. (Se il pane sia molto raffermo, fatelo bagnare nel latte, poi strizzatelo e scartate il latte eccedente.) Mescolate bene, finché il pane sarà ben sbriciolato.

In una padella capiente, fate riscaldare l’olio. Aggiungete la cipolla; fate saltare finché comincerà a cambiare colore, ma NON fatela rosolare. Aggiungete il sedano; fate saltare finché comincerà ad ammorbidirsi. Aggiungete i funghi; fate saltare finché comincerà a cambiare colore. Aggiungete il sale e pepe. Aggiungete la carne di salsiccia. NON STRACUOCERE; cuocete solo finché la maggior parte (ma non necessariamente tutto) del colore rosa scomparirà. Aggiungete lo champagne, ma riducete solo per un minuto o due. Spegnete la fiamma e trasferite il contenuto della padella nella ciotola. Mescolate con un cucchiaione. Se il composto è troppo secco, aggiungete una goccia di latte, olio e / o champagne.

Ungete una teglia da forno con olio. Disponete i peperoni. Riempite con il ripieno. Mettete il ​​basilico fresco su ciascuno. Mettete una fetta di pomodoro su ciascuna. Spennellate la parte superiore del pomodoro con olio. Fate cuocere in forno a 175 ° per 60-75 minuti.

Se i peperoni non siano abbastanza cotti, sarebbero troppo amari. Se siano cotti troppo, sarebbero troppo morbidi. Quindi, cuoceteli finché abbastanza dolci ma abbastanza al dente.

N.B.: Si potrebbe considerare questo piatto per la vostra cena di San Valentino – un peperone se per un antipasto, alcuni peperoni se per il secondo piatto!
   PEPPERS LEONARDO
(STUFFED WITH SAUSAGES, BREAD & CHAMPAGNE)


Ingredients
The following are the proportions. The quantities cannot be very exact, as each pepper is a different size, each slice of bread has a different thickness, etc. Bread that is more stale will require more liquid, etc. But these are the basic ratios:

extra-virgin olive oil
1 medium onion, chopped
1 stalk of celery, minced
6 baby bellas (cremini), coarsely chopped
1 or 2 cloves of garlic, chopped
3 sweet Italian sausages, the casings removed
Champagne
6 slices of multigrain bread, cubed
whole milk
freshly grated pecorino (a generous amount)
a pinch of nutmeg, freshly ground
3 large red bell peppers (Use only the red ones. The green ones are too bitter, and the orange and yellow ones aren't flavorful enough.) 
fresh basil
6 slices of tomato
freshly ground salt & pepper

Preparation

Wash and dry the peppers. With a paring knife cut around the stalk and remove it. Then cut the peppers in half lengthwise and remove the internal filaments and seeds. Put the peppers aside.

In a large mixing bowl, mix the cubed bread, pecorino, salt, pepper, and nutmeg. Add a drop of milk; the amount depends on the hardness of the bread. (If it's very stale, soak it in milk, then then squeeze it out and discard the excess milk.) Mix well, until the bread is well crumbled.

In a large skillet, heat the oil.  Add the onion; sauté until it starts to change color, but DON'T brown. Add the celery; sauté until it starts to soften. Add the mushrooms; sauté until it starts to change color.  Add the salt, pepper, and sausage meat. DO NOT OVERCOOK; cook only until most (but non necessarily all) of the pink color is gone. Add the champagne, but reduce only for a minute or two. Shut the heat, and transfer the contents of the skillet to the mixing bowl.  Stir with a wooden spoon. If the mixture is too dry, add a drop more milk, oil, and/or champagne.

Grease an oven pan with oil.  Arrange the pepper halves.  Fill with the stuffing.  Place the fresh basil on each.  Place one slice of tomato on each.  Brush the top of the tomato with olive oil.  Bake at 350° for 60-75 minutes.

If the peppers aren't cooked enough, they will still be bitter.  If they are cooked too much, they will be too soft.  Thus, cook them until they are sweet yet still al dente. 

Note: You might consider this dish for your Valentine's Day meal – one pepper if as an appetizer, or several if as the second course!

sabato 27 luglio 2019

25 immagini di Napoli / 25 images of Naples

Non c’è dubbio che Napoli, culturalmente parlando, sia la città più ricca, più magnifica, più colorata e più influente del mondo.

Proprio adesso, i fan di Parigi stanno deridendo, imprecando, e facendo smorfie. Ma non è questo il punto: il pregiudizio che gli altri europei nutrono verso Napoli? In nessun luogo quel pregiudizio è più forte che nel Nord Italia.

Tuttavia, contate la quantità di canzoni classiche napoletane che sono diventate famose in tutto il mondo. Se ne riesce a pensare di 50 velocemente; anche 100 non è difficile. Quante canzoni di Firenze o di Venezia conoscete? Se stiamo parlando di canzoni conosciute, Parigi ne ha dato al mondo due: Plaisir d’amour nel Settecento, e La vie en rose nel Novecento.  Ogni 200 anni inventano qualcosa. 

Resta il fatto che, prima di Garibaldi, Napoli era un centro culturale del mondo. Durante il periodo di Haydn, il sogno di un giovane compositore era di studiare non a Berlino, non a Vienna, ma a Napoli – che a quei tempi aveva QUATTRO importanti conservatori. Parigi e Berlino non hanno mai avuto quattro importanti conservatori in nessun momento della loro storia.

Si potrebbe parlare anche della pizza ... La pizza è il cibo più conosciuto e più amato in questo pianeta. Perché la bagna cauda non è così conosciuta o amata?  Perché tutto il mondo non sta divorando la vichyssoise in questo momento?

Ma non serve discutere della superiorità culturale di Napoli – perché è un fatto indiscutibile.

Ecco 25 foto che danno solo il più piccolo assaggio dello splendore mozzafiato di Napoli il suo famoso golfo.
   There can be no doubt that Naples is, culturally speaking, the richest, most magnificent, most colorful, and most influential city in the world.

Right about now, fans of Paris are grimacing and scoffing and cursing. But isn't that the point: the prejudice that other Europeans harbor towards Naples? Nowhere is that prejudice stronger than in Northern Italy.

However, count the amount of classic Neapolitan songs which became famous throughout the world. One can think of 50 quickly; even 100 is not hard.  How many songs from Florence or Venice do you know? If we're talking about known songs, Paris has given the world two: Plaisir d'amour in the 18th century, and La vie en rose in the 20th century.  Every 200 years they come up with something.

The fact remains that, before Garibaldi, Naples was a cultural center of the world. During the time of Haydn, the dream of a young composer was to study not in Berlin or Vienna but Naples – which, in those days, had FOUR important conservatories. Paris and Berlin never had four important conservatories at any point in their history.

One could speak also of pizza ... Pizza is the most widely known, and widely loved, food on this planet. Why isn't bagna cauda so known or loved? Why isn't the whole world devouring vichyssoise at this moment?

But there is no point arguing about the cultural superiority of Naples – because it is an unarguable fact.

Here are 25 photos which give only the tiniest taste of the breathtaking splendor of Naples and its famous bay.
Cattedrale di Napoli
Basilica di Santa Restituta
Piazza del Plebiscito & la Basilica reale di San Francesco di Paola
Carlo Brogni, Maccheronaio napoletano / Neapolitan macaroni-maker
Cuccumella / Neapolitan flip coffee maker
Enrico Caruso, il più gran tenore della storia, nacque a Via Santi Giovanni e Paolo, 7, vicino a Piazza Ottocalli, nel quartiere San Carlo all’Arena.
Enrico Caruso, the greatest tenor in history, was born on Via Santi Giovanni e Paolo, 7, near Piazza Ottocalli, in the San Carlo all'Arena district.
Casatiello
Chiesa di Gesù Nuovo
Giuseppe Sanmartino, Cristo Velato / Veiled Christ
Faraglione
Capri, Grotto azzurro
Galleria Umberto
Rovigliano
Vesuvio
Castello Nuovo
Piazza di San Lorenzo
Spaccanapoli
Pizza margherita autentica
Palazzo Donn’Anna
Gaiola
Piazza Trieste e Trento
Il Pino di Napoli era un albero, della specie Pinus pinea (pino domestico), che fino agli anni ottanta adornava gran parte delle cartoline con la veduta panoramica della città di Napoli e del golfo partenopeo, con il Vesuvio a fare da sfondo, un’immagine che lo ha reso tuttora un simbolo ben noto dell’oleografia napoletana. Si trovava in via Minucio Felice (traversa di via Orazio), in prossimità della chiesa di Sant’Antonio a Posillipo. In base all’analisi delle raffigurazioni precedenti, dovrebbe essere stato piantato dopo il 1855, o comunque divenuto adulto dopo tale data. Nonostante il valore storico, è stato abbattuto nel 1984 perché malato. Dopo l’abbattimento dell’esemplare originario, un nuovo pino di Napoli è stato piantato nel 1995 da Legambiente, che ogni anno celebra la ricorrenza dell’evento.
The pine tree of Naples was a tree, of the species Pinus pinea (domestic pine), which until the 1980s adorned many postcards with a panoramic view of the city of Naples and the Gulf of Naples, with Mt. Vesuvius in the background; the image became a well-known symbol of Naples. It was located in Via Minucio Felice (at the intersection of Via Orazio), near the church of Sant'Antonio a Posillipo. Based on the analysis of older images, it would have been planted after 1855, or at least became mature after that date. Despite its historical value, it was taken down in 1984 due to illness. After the demolition of the original specimen, a new Naples pine was planted in 1995 by Legambiente. Every year the planting of the new tree is commemorated.
Pulcinella
La tarantella
William Marlow, Vesuvius erupting at night
Photos: Wikipedia

Videte quoque:
25 immagini della Sicilia / 25 images of Sicily

venerdì 19 luglio 2019

Caponata

Melanzane fresche freschissime, che ho comprato a una fattoria a Natick, Massachusetts.
Fresh, fresh eggplant, which I bought at a farm in Natick, Massachusetts.
Foto: Leonardo Ciampa (30 agosto 2014)
Continuiamo a piangere le morti di Andrea Camilleri e di Luciano De Crescenzo, due dei più grandi scrittori e filosofi del Sud Italia, che sono morti rispettivamente l’altro ieri e ieri. Molte citazioni dai due giganti della letteratura stanno spuntando sui social. È stato difficile ignorare questa di Camilleri, da La Gita a Tindari:

Appena aperto il frigorifero, la vide. La caponatina! Sciavuròsa, colorita, abbondante, riempiva un piatto funnùto, una porzione per almeno quattro pirsone. Erano mesi che la cammarera Adelina non gliela faceva trovare. Il pane, nel sacco di plastica, era fresco, accattato nella matinata. Naturali, spontanee, gli acchianarono in bocca le note della marcia trionfale dell’Aïda. Canticchiandole, raprì la porta-finestra doppo avere addrumato la luce della verandina. Sì, la notte era frisca, ma avrebbe consentito la mangiata all’aperto. Conzò il tavolinetto, portò fora il piatto, il vino, il pane e s’assittò.

Mi sono reso conto che, incredibilmente, non ho mai pubblicato una ricetta per la caponata, il più grande contorno siciliano! (In effetti, è quasi un insulto definirlo un “contorno.” Questo grandioso piatto è degno di essere un piatto unico.)

Come al solito, con un piatto così famoso, faccio qualche ricerca prima di pubblicarne la ricetta. Nel farlo ho saputo alcune cose sorprendenti!

Ho iniziato la ricerca con Google Books. La prima menzione della caponata che ho scoperto si trova in Isagogicon, un libro latino dal 1650. Non è un ricettario – è un libro farmaceutico, pieno di rimedi medicinali! Per quanto ne so, questo libro non è mai stato tradotto in inglese. Conosco un po’ di latino ed ero determinato a capire di cosa trattava questo paragrafo. Non è stato facile, perché, allora come oggi, i libri contenevano errori di battitura. Come cura per il raffreddore comune (communium frigidorum), suggerì Electuariis ex amygdalis, pineis, pistacis, caponum vel gallinarum carnibus & medulla – “una medicina da mandorle, noci, pistacchi, [e] cappone o gallina, carne e midollo.” Diede un altro nome a questo intruglio: marzepanes – marzapane! Si continuò a dire che questa miscela pastosa è stata trasformata in una pagnotta (formam paste pani) e messa in una vasa (recipiente) feruari solente. Si scoprì che era un errore di stampa – avrebbe dovuto leggere februari solent, che significa “di solito a febbraio.” Dunque si faceva a febbraio, pronto per il consumo a marzo. Marzo ... pane ... Marzapane! Questo è davvero ciò che significa Marzapane: “pane di marzo”! (Chi lo sapeva?)

La prima menzione culinaria della caponata che ho potuto scoprire si trova nel classico Il cuoco galante di Corrado (1773). Ancora una volta, il termine si riferisce a un condimento a base di gallina:

Si può bollire la Spigola con brodo di Polli condita d'erbe; e quando sarà cotta si servirà con Colì di petti di Cappone.

Allora, com’è che la caponata si leghi non alle melanzane ma al pollo? E come siamo andati ​​da cappone (due P) a caponata (una P)?

Molte fonti fanno l’affermazione dubbia che la caponata prenda il nome non dal pollo ma dal pesce! È vero che ci sia un pesce che si chiama cappone oppure gallinella. E questo pesce era infatti conosciuto in Sicilia. Tuttavia, i siciliani di solito lo chiamavano lampuga. Se la ricetta fosse chiamata per quel pesce, perché si chiamava caponata e non lampugata?

In ogni caso, è ovvio che i primi scrittori si riferivano non al pesce ma alla gallina. Lo scrittore latino nel 1650 si riferiva alla medulla (midollo). E Corrado si riferiva ai “petti di cappone.” I pesci non hanno né i petti né il midollo.

La risposta sta nell’occupazione aragonese della Sicilia. La parola italiana “cappone” in spagnolo è capón, con una P.  E infatti, diversi esperti tra cui Pino Correnti dicono che la caponata provenga direttamente dalla parola spagnola caponada. Ma Giuseppe Coria, esperto anche lui, afferma che la caponata provenga da caupo, la parola latina per locanda o taverna.

Rimane ancora una questione in attesa di risposta: come siamo arrivati ​​dal pollo (o pesce) alle melanzane? Questa domanda è facile da rispondere. Storicamente, la cucina siciliana aveva così poca carne che la lingua siciliana non aveva nemmeno una parola per la carne commestibile fino al 1500. Così, si trovano molti esempi di piatti in cui la carne è sostituita con qualcosa dalle famiglie di zucche o di melanzane. L’esempio più famoso è lo Scapece, fatto con le zucchine ma originariamente fatto con il fegato.

Ho studiato alcune ricette (compresa una
tramandata di una cugina di Mineo).  Ecco la mia versione:


CAPONATA
ricetta di Leonardo Ciampa

Ingredienti
4 piccole melanzane siciliane, oppure 2 grandi melanzane americane
evo
2 grandi cipolle, tritate
4 gambi di sedano, tagliati grossolanamente
1 scatola (800 gr) pomodori San Marzano, interi (tagliateli voi)
280 gr olive verdi siciliane (o olive nere kalamata), non snocciolate (snocciolatele voi)
100 gr capperi, ben sciacquati, q.b.
pistacchi (o pinoli), q.b.
uvetta, q.b.
20 gr zucchero
140 ml aceto di vino rosso
basilico fresco, q.b.
s & p, q.b.
(L’ingrediente segreto di Leonardo) 1 cucchiaio pennini di cacao

Preparazione
Se utilizziate le melanzane siciliane (viola), non sbucciatele. Se utilizziate quelle americane (nere), sbucciatele, tagliatele a cubetti, mettetele in uno scolapasta, salatele, e lasciate che i succhi amari si scarichino per un’ora, poi risciacquate bene. Questo passo non è necessario con le melanzane siciliane più miti e dolci.

In una padella larga fate rosolare le melanzane in evo fino a renderle morbide e traslucidi (c. 10 minuti). Toglietele dalla padella e mettetele da parte. Nello stesso olio, fate rosolare le cipolle e i sedani fino a renderle morbidi e traslucidi (c. 10 minuti). Aggiungete tutti gli altri ingredienti (tranne le melanzane) e fate cuocere per 10 minuti. Quindi tornate le melanzane alla padella, abbassate la fiamma, e fate cuocere lentamente il tutto per altri 5 o 10 minuti. La caponata si può mangiare tiepido o freddo. (Sempre più buona il giorno dopo!) Sopra una spessa fetta di pane grigliata e croccante, è una cosa paradisiaca!
   We continue to mourn the deaths of Andrea Camilleri and Luciano De Crescenzo, two of Southern Italy's greatest writers and philosophers, who died yesterday and the day before respectively.  Many quotes from the two literary giants are popping up on social media.  It was hard to ignore this one by Camilleri, from La Gita a Tindari ("The Excursion to Tindari"):

The moment he opened the refrigerator, he saw it. Caponata! Fragrant, colorful, abundant, it filled an entire soup dish, enough for at least four people. It had been months since Adelina, his housekeeper, last made it for him. The bread, in its plastic bag, was fresh, bought that morning. The notes of the triumphal march of Aïda came spontaneously, naturally, to his lips.  Humming, he opened the French window after turning on the light ion the veranda. Yes, it was a cool night, but still warm enough to eat outside. He set the little table, brought the dish, the wine, and the bread outside, and sat down.

I realized that, incredibly, I have never published a recipe for caponata, the undisputed greatest Sicilian contorno!  (In fact, it is almost an insult to call it a "side dish." This grand dish is worthy to be a one-course meal.)

As usual, with a dish this famous, I do some research before publishing a recipe.  In the process I learned some astonishing things!

I started my research with Google Books.  The first mention of caponata that I found was in a book dating back to 1650 – a Latin book entitled Isagogicon.  It is not a cook book – it's a pharmaceutical book, containing medicinal remedies!  As far as I know, this book has never been translated into English.  I know some Latin, and I was determined to understand what this paragraph was about. It was not easy, because, then as now, books contained typos. As a cure for the common cold (communium frigidorum), they suggested Electuariis ex amygdalis, pineis, pistacis, caponum vel gallinarum carnibus & medulla – "a medicine from almonds, nuts, pistachios, [and] capon or hen, flesh and marrow."  They give another name to this concoction: marzepanes – marzipan! It goes on to say that this dough-like mixture was formed into a loaf (formam paste pani) and put into a vasa (vessel) feruari solent.  It turns out that was a misprint – it should have read februari solent, meaning "usually in February."  So it was made in February, ready for consumption in March.  March ... Marzo ... pane  ... Marzipan! That is indeed what Marzipan means: "March bread"! (Who knew?)

The earliest culinary mention of caponata that I could find was in Corrado's classic Il cuoco galante (1773). Again, however, the term refers to condiment made from capon:

The sea bass can be boiled with chicken broth topped with herbs; and when cooked it will be served with chicken breast coulis.

Now, how is it that caponata is related not to eggplant but to chicken?  And how did we get from cappone (two Ps) to caponata (one P)?

Many sources make the dubious claim that caponata was named not for chicken but for fish!  It is true that there was a fish called cappone (sometimes spelled capone) or gallinella.  And this fish was indeed known in Sicily.  However, the Sicilians usually called it lampuga.  If the recipe were named for that fish, why was it called caponata and not "lampugata"?

In any case, it is obvious that the early writers were referring not to fish but to chicken.  The Latin writer in 1650 referred to the marrow (medulla).  And Corrado referred to "capon breasts."  Fish have neither breasts nor marrow.

The answer lies in the Aragonese occupation of Sicily. The Italian word cappone in Spanish is capón, with one P. And indeed, several scholars including Pino Correnti say caponata comes directly from the Spanish word caponada. However, Giuseppe Coria, also a scholar, says that caponata comes from caupo, the Latin word for inn or tavern.

There still is one question to be answered: how did we get from chicken (or fish) to eggplant? That question is easy to answer.  Historically, Sicilian cuisine had so little meat that the Sicilian language did not even have a word for meat until about 1500.  Thus, you find many examples of dishes where meat is substituted with something from the squash or eggplant families. The most famous example is Scapece, made with zucchini but originally made with liver.

I studied several recipes (including one that was passed down from a cousin in Mineo).  Here is my version:

CAPONATA
recipe by Leonardo Ciampa

Ingredients
4 small Sicilian eggplants, or 2 large American eggplants
extra-virgin olive oil (EVOO)
2 large onions, sliced
4 stalks of celery, chopped coarsely
1 can (800 gr) San Marzano tomatoes whole (chop them yourself)
10 oz (280 gr) Sicilian green olives (or black kalamata olives), unpitted (pit them yourself)
3.5 oz (100 gr) capers, well-rinsed, to taste
pistachios (or pine nuts), to taste
raisins, to taste
1.5 TB (20 gr) sugar
5 fl oz (140 ml) red wine vinegar
fresh basil to taste
s & p to taste
(Leonardo's secret ingredient) 1 TB cacao nibs

Preparation
If using the Sicilian (violet) eggplants, don’t peel them. If using the American (black) ones, peel them, cut into cubes, place them in a colander, salt them, and let the bitter juices drain for an hour, then rinse well. This step is unnecessary with the milder, sweeter Sicilian eggplant.

In a large skillet, sauté the eggplant in EVOO until soft and translucent (c.10 minutes). Remove from the pan and set aside. In the same oil, sauté the onions and celery until soft and translucent (c. 10 minutes). Add all the other ingredients (except the eggplant) and cook for 10 minutes. Then return the eggplant to the skillet, lower the heat, and cook slowly for 5 or 10 more minutes. May be eaten warm or cold. (Always better the next day!) On top of a thick piece of grilled, crusty bread, it is a thing of heaven!

giovedì 18 luglio 2019

Luciano De Crescenzo RIP

Lei deve sapere, carissimo ingegnere, che il caffè non è propriamente un liquido, ma è come dire una cosa di mezzo tra un liquido ed un aeriforme, insomma una cosa che non appena entra a contatto con il palato sublima, ed invece di scendere sale, sale, vi entra nel cervello e là resta quasi a tenervi compagnia, e così succede che uno per ore ed ore lavora e pensa: ma che bell’ ’o cafè ca me so’ pigliato stamattina. (Così parlò Bellavista)  You must know, dear engineer, that coffee is not really a liquid, but it is, how would you say, something between a liquid and a gas, in short, something that as soon as it comes into contact with the palate it sublimates, and instead of going down it rises, rises, enters your brain and there remains almost to keep you company, and so it happens that for hours and hours one works and thinks: ma che bell’ ’o cafè ca me so’ pigliato stamattina. (“Thus spake Bellavista”)
Solo un giorno dopo la morte del grandissimo Andrea Camilleri, abbiamo perso un altro grandissimo scrittore meridionali.  Luciano De Crescenzo ci ha lasciato, a un mese dal suo 91° compleanno. L’ha detto meglio la persona sui social che ha scritto, "Se ne va un pezzo di Napoli."

Nato nel quartiere Santa Lucia di Napoli il 20 agosto 1928, De Crescenzo è diventato famoso nel 1977 con il suo best seller Così parlò Bellavista, una raccolta di aneddoti sulla sua amata Napoli, che vendette oltre 600 mila copie.

Nel corso degli anni, De Crescenzo è diventato un autore di successo internazionale. I suoi 44 libri (tutti pubblicati da Mondadori) hanno venduti 30 milioni di copie, tradotte in 25 paesi in 21 lingue.

De Crescenzo ha avuto particolare successo nel consegnare la filosofia al grande pubblico con i suoi libri. Negli anni ’80 ha debuttato come attore in Il pap’occhio, una commedia diretta da Renzo Arbore e interpretato dall'attore premio Oscar Roberto Benigni.

De Crescenzo, che aveva abbandonato la professione di ingegnere per la cultura, è morto al Policlinico Gemelli dove era stato ricoverato. Renzo Arbore e Marisa Laurito, amici stretti dello scrittore, erano con lui in ospedale – secondo quanto si apprende – accompagnandolo fino alla fine. De Crescenzo è morto oggi intorno alle ore 16.00.

Domani, venerdì 19 luglio, sarà allestita nella Sala della Protomoteca in Campidoglio la camera ardente di De Crescenzo. L'apertura al pubblico è dalle 10 alle 20.

(Le fonti per le informazioni di cui sopra includono l'Associated Press e Il Messaggero.)

«Ora, una cosa è certa: una vita dove fila tutto liscio sarebbe di sicuro noiosa. Qualche contrarietà deve esserci, e io, grazie a Dio, le ho avute. Proprio per questo mi sento di dire che sono stato fortunato.» – Luciano De Crescenzo
   Only one day after the death of the great Andrea Camilleri, we lost another great Southern Italian writer. Luciano De Crescenzo has left us, one month shy of his 91st birthday. No one said it better than the person on social media who wrote, "A piece of Naples is gone."

Born in the Santa Lucia district of Naples on August 20, 1928, De Crescenzo became famous in 1977 with his best seller Così parlò Bellavista ("Thus spoke Bellavista"), a collection of anecdotes about his beloved Naples, which sold over 600,000 copies.

Over the years, De Crescenzo became an internationally successful author. His 44 books (all published by Mondadori) have sold 30 million copies, translated in 25 countries in 21 languages.

De Crescenzo was particularly successful in delivering philosophy to the general public with his books. In the 1980s he made his acting debut in Il pap’occhio ("In the Pope's eye"), a comedy directed by Renzo Arbore starring Oscar-winning actor Roberto Benigni.

De Crescenzo, who had abandoned the engineering profession for the arts, died at the Policlinico Gemelli where he had been hospitalized. Renzo Arbore and Marisa Laurito, close friends of the writer, were with him in the hospital. (According to reports, they were with him to the end.) De Crescenzo died today at around 4.00 pm.

Tomorrow, Friday July 19th, the wake will be set up in the Protomoteca Hall in the Campidoglio. It will be open to the public from 10 am to 8 pm.

(Sources for the above information include the Associated Press and Il Messaggero.)

"Now, one thing is certain: a life where everything runs smoothly would certainly be boring. There must be some setbacks, and, thank God, I have had them. Precisely for this reason, I can say that I was lucky." – Luciano De Crescenzo

mercoledì 17 luglio 2019

Andrea Camilleri RIP

Piangiamo profondamente la morte del grandissimo scrittore siciliano, Andrea Camilleri. Veramente uno dei giganti del nostro tempo. Era una dei personaggi più “citabili”; l’Internet è pieno delle sue citazioni memorabili. Comunque la citazione che mi parla più forte è questa:

Quando fu fatta l’unità d’Italia noi in Sicilia avevamo 8000 telai, producevamo stoffa. Nel giro di due anni non avevamo più un telaio. Funzionavano solo quelli di Biella. E noi importavamo la stoffa. E ancora oggi è così.

(Del seguente tributo non posso dirvi l’autore originale; è apparso su tanti notiziari pagine web.)

17 luglio 2019

È morto Andrea Camilleri. Lo scrittore aveva 93 anni e si è spento stmattina alle 8,20 all'ospedale Santo Spirito di Roma dove era ricoverato dal 17 giugno in seguito a un arresto cardiaco. Per volontà dello scrittore e della sua famiglia non ci sarà camera ardente e il funerale si svolgerà domani in forma privatissima. Solo dopo la sepoltura - a quanto si apprende - sarà reso noto il luogo in cui riposeranno le spoglie dell'autore, in modo da rendere possibile la visita ai tanti che lo hanno amato.

"Se potessi, vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio conto passare tra il pubblico con la coppola in mano". Così rispondeva Andrea Camilleri a chi gli chiedeva come mai a 93 anni non si fosse ancora deciso ad andare in pensione, come mai nonostante gli occhi che da tempo si erano spenti, continuasse a impastare realtà e fantasia in quella sua lingua eccezionale, il vigatese, che non aveva alcun corrispettivo nella realtà ma che finiva per essere più concreta che mai. Non si può smettere di fare ciò per cui si è nati. E il Maestro siciliano, morto stamattina a Roma, era nato per raccontare storie.

Lo faceva a dispetto degli anni e della malattia, lasciandosi guidare sulla pagina bianca dalla sua fedele assistente, Valentina Alferj, depositaria della lingua e dei segreti di Montalbano. Lo faceva salendo sul palcoscenico del Teatro Greco di Siracusa per impersonare Tiresia, l'indovino tebano cieco che compare già nell'Odissea per indicare a Ulisse la via del ritorno. Un personaggio scelto per affinità elettive, cieco eppure in grado di fare luce con le proprie parole. Lo faceva anche in questi ultimi giorni, mentre preparava il suo debutto alle antiche Terme di Caracalla, con lo spettacolo Autodifesa di Caino. E lo faceva, soprattutto, dando corpi e misteri in pasto a Salvo Montalbano, il personaggio che ha accompagnato i suoi ultimi 25 anni di vita.

Era il '94 quando Sellerio portava in libreria La Forma dell'Acqua, primo romanzo della serie incentrata sulle indagini del commissario siciliano. Romanzo dopo romanzo, ne sono usciti trenta, Montalbano - di cui Camilleri parlerà sempre come se fosse vero e vivente, quasi un suo alter ego - ebbe così tanto successo da spingere nel territorio del giallo anche chi, prima di lui, non aveva alcuna dimestichezza con il genere.

Ospite fisse del vertice delle classifiche librarie, deve il suo nome allo scrittore spagnolo Manuel Vazquez Montalban che di Camilleri fu grande amico e la sua longevità a Elvira Sellerio: avrebbe dovuto terminare la sua carriera con il secondo romanzo, Il cane di terracotta, ma l'editrice richiamò lo scrittore per chiedergli quando sarebbe arrivato il terzo libro. Lui rispose mai, lei oppose il resoconto delle vendite. Fortunatamente per i lettori, l'ebbe vinta Sellerio e Camilleri continuò a scrivere. Conservò intatta la sua passione per le indagini mnemoniche, ma cambiò le carte in tavola, introducendo nuovi personaggi e iniziando a sporcare le storie con la realtà: il G8 di Genova, l'immigrazione, la corruzione sugli appalti pubblici... Ben poche miserie umane e italiane sono rimaste estranee alle indagini di Montalbano così come, un romanzo dopo l'altro fino a Il cuoco dell'Alcyon, uscito il 30 maggio e già in testa alle classifiche, si fece strada la paura della vecchiaia. Il commissario, appena cinquantenne, iniziò a interrogarsi sul mondo che lo circondava: era ancora in grado di comprenderlo? E fino a quando?

Dubbi che Camilleri ha condiviso con il suo personaggio, in una dialettica tra vita letteraria e reale che ha pochi uguali nella storia del giallo. Camilleri si interrogava sull'Italia e rispondeva senza sottrarsi ai temi politici più scottanti. Recentemente aveva criticato Matteo Salvini per il suo comizio con il rosario, sollevando uno scandalo tra quanti vorrebbero che uno scrittore si limitasse ai suoi romanzi, ma confermando quello che i suoi lettori sanno da sempre: il maestro scriveva e diceva solo ciò che pensava.

A testimoniarlo nella sua lunga bibliografia, anche un bellissimo libro-confessione affidato a Saverio Lodato - La linea della Palma - in cui si abbandonava ai ricordi di una vita, dalla Sicilia durante il regime fascista alla Liberazione, dall'impegno come militante del Pci all'opposizione morale a Silvio Berlusconi, dalla mafia - che ammetteva di tenere ai margini dei gialli per non eleggerla ad arte - ai problemi della giustizia.

Parlava anche dei suoi difficili esordi come uomo di spettacolo: prima aiuto-regista di Orazio Costa dopo un turbolento apprendistato all'Accademia d' arte drammatica a Roma, e in seguito regista in proprio, oltre che per trent'anni funzionario Rai addetto alla prosa radiofonica e produttore in televisione di pièces teatrali.

Quando parlava della sua vecchiaia, pur sottolineando le difficoltà di un corpo che non rispondeva più alla velocità della mente, non si lasciava mai andare a rimpianti o paure. Appariva sereno, la voce arrocchita dalle migliaia di sigarette fumate, i ricordi dell'infanzia nitidi davanti agli occhi. La chiamava presbiopia della memoria, diceva che con la vecchiaia l'infanzia precipitava addosso. Ricordava la grande casa dei nonni a Porto Empedocle, la solitudine di un bambino che cresceva coltivando un talento da affabulatore, il gusto per il dettaglio, l'attenzione al particolare. Caratteristiche che da adulto porterà nella sua professione - sceneggiatore, regista e drammaturgo, ben prima che giallista.

La sua carriera da scrittore iniziò infatti in sordina, con la pubblicazione de ll corso delle cose nel 1978 e continuò in tutti questi anni alternando ai romanzi storici, tra cui il formidabile Birraio di Preston, i gialli di Montalbano. Continuerà anche domani: c'è un altro Montalbano in attesa di essere pubblicato. Andrea Camilleri lo scrisse anni fa e lo consegnò a Sellerio perché lo conservasse in cassaforte con l'obbligo di pubblicarlo solo dopo la sua morte. L'uscita di scena del commissario, il suo addio definitivo alla vita letteraria, non avverrà con un colpo di pistola e neppure davanti all'altare, con buona pace di chi aspetta da un quarto di secolo che convoli a nozze con Livia.

Montalbano ci lascerà nel momento in cui comincerà a pensare al suo doppio, cioè a Luca Zingaretti l'attore che in vent'anni ha portato le sue indagini davanti a più di un miliardo di spettatori. Come questo avverrà è tutto da leggere. Nell'attesa non ci resta che ringraziare Camilleri per il suo ultimo colpo di teatro, il regalo di un uomo che ha sempre vissuto come voleva, circondato dalle parole. E che se ne è andato così come sognava: raccontandoci storie.
   We deeply mourn the death of the great Sicilian writer, Andrea Camilleri. Truly one of the giants of our time. He was one of the most "quotable" personalities; the Internet is filled with his memorable quotations. However the one quote that speaks to me most strongly is this one:

When Italy was unified, we in Sicily had 8000 looms, we produced cloth. Within two years we no longer had a loom. Only those in Biella worked. And we imported the fabric. And it still is that way today.

(I cannot tell you the original author of the following tribute; it appeared on many news outlets and web pages.)

July 17, 2019

Andrea Camilleri has died. The writer was 93 years old and died at 8:20 am at the Santo Spirito hospital in Rome where he was hospitalized from June 17 following a heart attack. By the will of the writer and his family there will be no wake and the funeral will take place tomorrow in a very private form. Only after the burial - according to what has been learned - will the location of the author's final resting place be revealed, so as to make it possible for the many who loved him to visit.

"If I could, I would like to end my career sitting in the piazza, telling stories, and at the end of my stories, pass through the audience with my coppola [traditional Sicilian beret] in my hand." Thus replied Andrea Camilleri to those who asked him how, at 93, he had not yet decided to retire, despite the eyes that had long been extinguished [he was blind], he continued to knead reality and fantasy in his exceptional language, "Vigatese" [the language of the imaginary town in his books, Vigata], which did not exist in reality but ended up being more concrete than ever. You can't stop doing what you were born for. And the Sicilian Maestro, who died this morning in Rome, was born to tell stories.

He did it in spite of years and illness, letting himself be guided on the blank page by his faithful assistant, Valentina Alferj, custodian of the language and secrets of Montalbano. He did this by climbing on the stage of the Greek Theater of Syracuse to impersonate Tiresia, the blind Theban soothsayer who appears already in the Odyssey to show Ulysses the way back. A character chosen intentionally for his affinities with the author: blind, yet able to shed light with his own words. He did so also in these last days, while he was preparing his debut at the ancient Baths of Caracalla, with the show Autodifesa di Caino [Self-defense of Cain]. And he did it, above all, feeding bodies and mysteries to Salvo Montalbano, the character who accompanied his last 25 years of life.

It was in '94 when Sellerio brought La Forma dell'Acqua to the bookshop, the first novel in the series focused on the investigations of the Sicilian commissioner. Novel after novel, thirty came out, Montalbano - of whom Camilleri always spoke as if he were real and alive, almost his alter ego - had so much success as to push other authors into crime fiction territory, though they had no prior familiarity with the genre.

A regular fixture at the top of best seller lists, the character owes its name to the Spanish writer Manuel Vazquez Montalban, who was a great friend of Camilleri, and its longevity to [book publisher] Elvira Sellerio: he should have ended his career with the second novel, The terracotta dog, but the publisher called the writer to ask him when the third book would come. He never replied. She showed him the sales report. Fortunately for the readers, Sellerio won and Camilleri continued to write. He kept his passion for mnemonic investigations intact, but he changed the game, introducing new characters and starting to litter the stories with reality: the G8 in Genoa, immigration, corruption on public procurement ... Very few human miseries, and Italian miseries, have escaped Montalbano's investigations, one novel after another, until The cook of the Alcyon, released on May 30 and already at the top of the charts, when the fear of old age took hold. The commissioner, just fifty years old, began to wonder about the world around him: was he still able to understand it? And for how much longer?

Doubts that Camilleri shared with his character, in a dialectic between literary and real life that has few equals in the history of mystery. Camilleri was concerned about Italy, and responded to those concerns without escaping the hottest political issues. He had recently criticized Matteo Salvini for his rosary speech, creating a scandal for those who wished that authors would just stick to novel writing, but confirming what his readers have always known: the master wrote and said only what he thought. 

To witness it in his long bibliography, also a beautiful confession-book entrusted to Saverio Lodato - La linea della Palma [The palm line] - in which he abandoned himself to a lifetime of memories, from Sicily during the fascist regime to the Liberation, from the commitment as a militant of the Communist Party to the moral opposition to Silvio Berlusconi, from the mafia - which he admitted to keeping on the fringes of the crime novels in order not to glorify it in art - to the problems of justice.

He also spoke of his difficult beginnings as a man of the theater: first assistant director of Orazio Costa after a turbulent apprenticeship at the Academy of Dramatic Art in Rome, and later as a director on his own, as well as for thirty years a RAI official in charge of radio prose programs and a television producer of theater plays.

When he spoke of his old age, while stressing the difficulties of a body that no longer responded to the speed of the mind, he never let himself descend into regret or fear. He looked serene, his voice muffled by the thousands of cigarettes smoked, his childhood memories sharp before his eyes. He called it presbiopia della memoria ("farsightedness of the memory") he said that with old age his childhood fell upon him. He remembered his grandparents' big house in Porto Empedocle, the solitude of a growing child cultivating a storyteller's talent, a taste for specifics, attention to detail. Features that as an adult he will bring to his profession - screenwriter, director and playwright, well before being a crime writer.

His career as a writer began in fact quietly, with the publication of Il corso delle cose (The course of things) in 1978 and continued throughout these years alternating with historical novels, including the formidable Birraio di Preston, the mysteries of Montalbano. It will also continue tomorrow: there is another Montalbano waiting to be published. Andrea Camilleri wrote it years ago and handed it to Sellerio to keep it in a safe on the condition of publishing it only after his death. The departure of the commissioner, his final farewell to the literary life, will not take place with a pistol shot, or in front of the altar, with all due respect to those who have been waiting for a quarter of a century for him to marry Livia.

Montalbano will leave us when he starts thinking about his double, that is Luca Zingaretti, the actor who in twenty years has brought his investigations to more than a billion spectators. How this will happen is yet to be read. In the meantime, we just have to thank Camilleri for his last hit of the theater, the gift of a man who has always lived as he wanted, surrounded by words. And that he left us exactly as he dreamed of leaving us: telling stories.