| Oggi, il 19 luglio, è il centenario della nascita di mia nonna, Grazia (“Grace”) Siracusa Maggio. Penso a lei ogni giorno. Era la persona più influente della mia vita. Mi ricordo certamente la sua etica del lavoro, la sua devozione alla famiglia – in particolare a me e alla mia musica – e la sua intelligenza. E ovviamente mi ricordo la sua cucina. Ma in questo momento, più di tutte le altre cose, mi ricordo la sua onestà. Abbiamo condiviso tante conversazioni, e lei mi confidava tantissime cose – mai con l’intenzione di fare pettegolezzi, sempre con l’intenzione d’insegnarmi qualcosa della vita. Era di una generazione che non parlava mai delle cose della propria infanzia. Lei, no: a me raccontava tutto. In quasi ogni conversazione, parlava di sua mamma, una vedova che da sola cresceva sette figli, in condizioni di estrema povertà. Però quella povertà non le impedì d’instillare nei suoi figli l’importanza di essere una buona persona, una persona “onorevole” (aggettivo che, secondo Nonna, Bisnonna usava spesso). Stavo decidendo qual piatto dovessi preparare oggi in onore di mia nonna. Ma mentre decidevo quali ingredienti comprare al supermercato, il mio pensiero è andato a Bisnonna. E ho deciso, “Se mia bisnonna potesse fare un pranzo da una ghiacciaia vuota per sette figli ogni giorno, io dovrei riuscire a preparare almeno un pranzo con quel che ho già in cucina.” Dal congelatore ho scovato: gambi di bietola rossa, gambi di cavolo nero, gambi di tarassaco, il cuore di un cespo di cicoria, il cuore di un peperone giallo, una crosta di parmigiano, e la metà di un pollo dalla rosticceria. Ho aggiunto carota, sedano, cipolla, sale, pepe, una foglia d’alloro, e – in luogo di evo (del quale gli antenati avevano pochissimo) – una noce di burro. (Più autentico del burro sarebbe stato lo strutto di maiale, ma lasciate stare!) L’unico ingrediente che forse non avevano gli avi: il dragoncello francese, che ho raccolto dal mio orticello. E poi, che ci faccio con questo brodo? Ne ho saputo la risposta istantaneamente. Uno degli ingredienti di base nella dieta dei miei antenati, specialmente alla prima colazione, era il pane raffermo. Nella credenza avevo una mezza pagnotta, molto dura, di pane cafone – proprio di stile cafonesco, a lievitazione naturale, con i grandi buchi dentro e la crosta croccante fuori. (Un panificio qui nel Massachusetts chiama questo pane “Francese.” Evidentemente, i cafoni francesi pensavano nello stesso modo di quegli italiani!) Il pane si bagna nel brodo o per un secondo, o per un minuto – dipende dalla durezza del pane. Cospargete il pecorino sopra, e Buon Appetito! Mia nonna era una donna molto seria, a cui le commedie non piacevano affatto. Ve lo dico perché la sua canzone preferita era la Serenata di Schubert. Non esattamente un brano allegro. Non ho mai capito perché me la chiedesse così spesso, né come mai la conoscesse. Solo molti anni dopo, dopo la sua scomparsa, ho scoperto che ne esisteva una versione italiana, Notte di luna, che un tempo cantavano in molti. Ma quale cantante avrà ascoltato Nonna? Questo non lo sapremo mai. [Addendum (9 marzo ’26): Mi sembra molto probabile che fosse la versione del 1968 del famosissimo Claudio Villa. Ma non si può escludere che fosse invece quella del leggendario Tito Schipa del 1935.] Oggi, per la primissima volta, sto ascoltando Notte di luna (incisione del tenore siciliano Manfredi Ponz de Leon dagli anni ’50). Un accompagnamento agrodolce a questa zuppa di pane. Ma un promemoria della mia grande fortuna di aver avuto una tale nonna. | Today, July 19th, is the 100th anniversary of the birth of my grandmother, Grazia (“Grace”) Siracusa Maggio. I think of her every day. She was the most influential person in my life. I remember of course her work ethic, her devotion to the family – in particular to me and to my music – and her intelligence. And I remember her cooking, obviously. But at this moment, more that all of those other things, I remember her honesty. We had so many talks, and she confided in me so many things – never with the intention of spreading gossip, only with the intention of teaching me something about life. She was of a generation that never talked about things from their childhood. Not her. She told me everything. In almost every conversation, she spoke of her mother, a widow who alone raised seven children in abject poverty. However that poverty didn't stop her from instilling in her children the importance of being a good person, and an "honorable" person. ("Honorable" was an adjective that, according to my grandmother, her mother used often.) I was deciding what dish to make today in honor of my grandmother. But while I was deciding what ingredients to buy at the supermarket, my thoughts turned to my great-grandmother. And I decided, "If my great-grandmother could make dinner from an empty icebox for seven children every day, I should be able to make just one dinner with what I already have in the kitchen." From the freezer I exhumed: red Swiss chard stalks, collard green stalks, dandelion stalks, the heart of a head of chicory, the heart of a yellow bell pepper, a hard end of parmigiano, and half of a rotisserie chicken. I added carrot, celery, salt, pepper, a bay leaf, and – in place of olive oil (which my ancestors had very little of) – a knob of butter. (More authentic than butter would have been pork lard, but we won't worry about that!) The only ingredient that perhaps my ancestors didn't have: French tarragon, which I picked from my garden. Now, what do I do with this stock? I knew the answer immediately. One of the basic ingredients in the diet of my ancestors, especially for breakfast, was hard bread. In the cupboard I had half a loaf, very hard, of pane cafone —a sourdough bread, truly peasanty, with big holes inside and a crispy crust outside. (Iggy’s Bakery calls this bread “Francese.” Evidently, the French peasants though in the same way as the Italian ones!) You dip the bread in the stock for a second, a minute — it depends on the hardness of the bread. Sprinkle pecorino on top, and Buon Appetito! My grandmother was a very serious person; she didn't like comedies. I mention this fact because her favorite song was Schubert's Serenade. Not exactly a cheery song. In fact, I never knew why she asked me to play it so often. I didn't even know why she knew it in the first place. Only years later, after her death, I learned that there existed an Italian version, Notte di luna, which singers once upon a time used to sing. But who was the singer that Grandma heard? We'll never know. [Addendum (9 March ’26: It seems very probable that it was the 1968 version by the famous Claudio Villa. But we can’t rule out the 1935 version by the legendary Tito Schipa.] Today, for the very first time, I'm listening to Notte di luna (a recording by the Sicilian tenor Manfredi Ponz de Leon from the '50s). A bittersweet accompaniment to this bread soup. But a reminder of my great fortune in having such a grandmother. |
come giammai vi fu.
Come giammai vi fu.
Della mia voce l’immenso canto,
Bella, udire vuoi tu.
Oh Bella, udire vuoi tu.
Non la senti la canzone,
che vince il mio soffrir?
Che vince il mio soffrir?
Del mio core la passione
è tutto il mio desir.
È tutto il mio desir.
Apri, Bella, il tuo balcone,
come puoi dormir?
Come puoi dormir?
Ah, la notte che è seduzione,
seduzione che non si può ridir.
Che non si può ridir.
Ridir!


Nessun commento:
Posta un commento